C’era un ragazzo che un giorno chiese a un’amica quercia come mai la gente costruisse chiese per Dio e distruggesse la natura: «non è più impressionante il tempio della natura ‘costruito’ da Dio?». Il vecchio albero incoraggiò il ragazzo: «Quando Dio mi creò, mi disse: “Ti darò una bellezza meravigliosa, ma non la libertà di amare e di cercare la verità; ti darò la forza di glorificarmi con la tua grandezza, ma la mia creatura preferita è l’uomo e la sua compagna; a loro darò spirito e libertà”».

Continua la saggia quercia: «È vero che l’uomo a volte abusa…che taglia senza rimboscare, che scolpisce pietre ovunque vada, che caccia animali a volte con sfogo e rabbia. Ma…tu non sai!! Le pietre lottavano tra loro per essere i muri delle chiese. I miei antenati erano tristi per non essere stati scelti come travi di sostegno per i loro tetti. E per non parlare del frumento e dell’uva! Non esiste gioia più grande che essere quel pane e quel vino che diventano il corpo e il sangue di Cristo nell’Eucaristia!».

Il ragazzo andò di nuovo in chiesa, si inginocchiò sul freddo marmo, questa volta ammirando le travi e il legno intagliato, ma soprattutto ciò che sapeva c’era dentro la scatola dorata. E lì assorto in adorazione sente come una voce dentro di sé che dolcemente gli dice «aprilo!». Così apre il libro che si trova lì vicino poggiato sul banco e con grande sorpresa vi trova scritto: «Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere».

Fino a quel momento non pensava ci fosse qualcosa più bello, perfetto e potente della natura e dell’universo, perché i suoi occhi non andavano oltre il semplice visibile. Lo sapeva già da secoli la vecchia quercia, che l’essenziale è invisibile agli occhi. Bastava solo dare ascolto a quella voce silenziosa che era sempre lì nel suo profondo sussurrando: «non si vede bene se non con il cuore».


Foto da Manfred Antranias Zimmer from Pixabay